Karl Marx - Il sistema capitalistico e il suo superamento
La vera comprensione della società moderna, secondo Marx, si può ottenere soltanto analizzando i meccanismi economici che la determinano. In questo senso, Marx compie una rottura evidente rispetto agli economisti classici come Smith e Ricardo, i quali, pur avendo elaborato concetti economici fondamentali, descrivono il capitalismo come se fosse l'unico sistema possibile, senza affrontare le contraddizioni interne che lo minano. Marx considera le loro teorie ideologiche e borghesi, in quanto non pongono in discussione la natura del sistema capitalistico.
Nella sua opera Il Capitale Marx inizia con l'analisi della merce, che presenta un duplice valore:
- il valore d'uso: riguarda l'utilità del prodotto, che soddisfa un bisogno umano;
- il valore di scambio: ciò che consente a una merce di essere confrontata e scambiata con altre, in base alla quantità di lavoro socialmente necessario per produrla.
Il filosofo studia una merce particolare e unica: la merce-uomo, ovvero l'operaio, che viene acquistato dal capitalista affinché produca altre merci. In cambio, il capitalista paga all'operaio un salario, che rappresenta il valore del suo lavoro, ossia il costo dei mezzi necessari al suo sostentamento. Tuttavia, l'operaio non possiede ciò che produce, in quanto il frutto del suo lavoro diventa proprietà del capitalista, che lo sfrutta per generare valore. Il concetto di plusvalore descrive la parte del valore prodotto dall'operaio che eccede il salario che gli viene corrisposto e questo valore aggiuntivo è la fonte del profitto del capitalista. Marx distingue tra capitale costante (investito in macchinari e materie prime) e capitale variabile (investito nei salari degli operai), quest'ultimo legato direttamente al plusvalore. Il profitto, infatti, è sempre inferiore al plusvalore, poiché il capitale costante non genera valore aggiuntivo, ma solo il valore necessario per la produzione. In sintesi, il denaro svolge una funzione di intermediario per acquistare beni, ma il vero motore dell'economia capitalista è il lavoro non retribuito che produce il plusvalore.
Secondo Marx, lo scopo primario di un capitalista è incrementare al massimo la produttività attraverso l'introduzione di macchine e strumenti che consentano di produrre una quantità maggiore di merci. Questo processo, che storicamente ha portato dal passaggio dall'industria manifatturiera alla grande industria meccanizzata, ha avuto conseguenze gravi per i lavoratori. La meccanizzazione del lavoro ha reso il lavoro sempre più unilaterale e ripetitivo, trasformando il lavoratore in un mero ingranaggio del sistema operaio-macchina, contribuendo al fenomeno dell'alienazione.
Inoltre, egli teorizza la "caduta tendenziale del saggio di profitto", secondo cui, con l'avanzare della produttività e l'aumento del capitale costante (macchine e attrezzature), il capitale variabile (lavoro umano) diminuisce. Questo riduce il numero di operai necessari e quindi il plusvalore generato dal lavoro. La riduzione del plusvalore porta a una diminuzione del profitto, mentre la composizione del capitale tende a favorire sempre più il capitale fisso a discapito del lavoro. Il risultato di questo processo è un aumento della disoccupazione, che implica una maggiore povertà per i consumatori. Nonostante lo sviluppo tecnologico aumenti la capacità produttiva, le merci rischiano di rimanere invendute, poiché la maggior parte delle persone ha una minore capacità di acquisto a causa dei bassi salari. In un capitalismo estremo, questo porta alla formazione di una piccola parte della società ricca e potente, mentre cresce la massa dei proletari sfruttati, creando una forte disuguaglianza sociale.
Marx sostiene che una posizione revisionista non è sufficiente per trasformare la società: è necessaria una rivoluzione che punti alla demolizione delle condizioni sociali ed economiche esistenti e dei rapporti di produzione che ne derivano. Le diverse forme dello stato non possono essere comprese per se stesse, ma devono essere ricondotte alle loro radici economiche. Lo stato, in ogni sua manifestazione, è lo strumento che protegge i privilegi della classe dominante, e nel contesto della società borghese, esprime l'individualismo e l'atomismo che caratterizzano tale ordine sociale. Questo sistema, secondo Marx, destina gli uomini all'infelicità, poiché anche la libertà in una società capitalistica è concepita come il diritto dell'individuo di fare ciò che più gli aggrada, purché non pregiudichi la libertà altrui, ma senza un contesto di giustizia sociale, questa libertà rimane astratta e illusoria.
Marx ritiene che il passaggio dalla società capitalistica a quella comunista debba avvenire tramite un periodo di transizione, in cui il proletariato, salito al potere, esercita una dittatura che è funzionale alla realizzazione del progetto comunista stesso. Questo periodo, seppur necessario per instaurare una prima forma di uguaglianza, è destinato a esaurirsi una volta che il suo compito (la distruzione dello stato borghese) si sia completato. Il fine ultimo della lotta del proletariato, quindi, è in realtà l'abolizione di ogni forma di Stato e la creazione di una società senza classi, in cui la proprietà privata è sostituita dalla collettivizzazione dei mezzi di produzione, eliminando le disuguaglianze reali tra gli uomini. La vera democrazia, per Marx, non è un ideale astratto, ma il riassorbimento dello Stato nella società civile, con la fine di ogni divisione tra le classi e la realizzazione di una giustizia sociale concreta.




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