Henri Bergson



Henri Bergson critica la visione scientifica del mondo, evidenziandone i limiti nella comprensione del tempo e del movimento della vita. La scienza, seppur utile per l’organizzazione sociale, semplifica la realtà riducendola a schemi misurabili. In particolare, il concetto scientifico di tempo è “spazializzato”, ossia rappresentato come una sequenza di istanti uguali e separati, simile al tempo dell’orologio. Tuttavia, questa visione meccanica non coglie la vera natura della durata, ovvero il tempo vissuto, che è un flusso continuo in cui passato, presente e futuro si intrecciano.  


Bergson distingue tra tempo scientifico e tempo vissuto. Il primo è pratico per la società, ma artificiale; il secondo è autentico, perché rappresenta l’esperienza soggettiva del tempo. La coscienza umana non procede per istanti separati, ma in un divenire incessante, come suggerisce la metafora del gomitolo, in cui la vita accumula continuamente esperienze. Questa prospettiva valorizza la qualità del tempo, che non può essere misurata oggettivamente ma si manifesta nelle esperienze vissute.  


Il filosofo approfondisce il tema della memoria, identificandola con la coscienza e distinguendone tre aspetti:  


  1.  Ricordo puro: la conservazione integrale di tutte le esperienze vissute, anche quelle inconsce. Il passato non si perde, ma continua a esistere nella durata della coscienza;  
  2.  Ricordo-immagine: la selezione di alcuni ricordi nel presente, utile all’azione. Dipende dal cervello ed è soggetto a disturbi, senza però intaccare il ricordo puro; 
  3. Percezione: ci mette in contatto con il mondo esterno e seleziona gli stimoli utili alla vita pratica. È strettamente legata alla memoria, poiché una percezione può riattivare ricordi latenti.  




Nella sua opera "L’evoluzione creatrice" (1907), Bergson introduce il concetto di slancio vitale (élan vital), un’energia creatrice che anima l’universo e genera continuamente nuove forme di vita in modo libero e imprevedibile:  


  • La vita non si sviluppa per aggregazione di elementi materiali, ma nasce da un impulso originario, che si espande in molteplici direzioni: l’evoluzione è creatività pura, non determinismo; 
  • La diversificazione delle specie è il risultato delle diverse manifestazioni di questo slancio, tutti gli esseri viventi condividono una radice comune; 
  • L’esplosione di un proiettile come metafora dell’evoluzione: ogni essere è un frammento di questa esplosione e avrebbe potuto svilupparsi diversamente.  

Bergson distingue inoltre due modalità di conoscenza:  


  1. Conoscenza analitica e razionale: l’intelligenza umana scompone la realtà in parti, utile per la scienza ma incapace di coglierne l’essenza; 
  2. Conoscenza intuitiva: permette una comprensione immediata e totale della realtà, cogliendo il suo carattere dinamico e in evoluzione.    


Henri Bergson rivaluta la metafisica, considerandola una vera e propria scienza assoluta del reale, contrapposta alla scienza tradizionale. Secondo il filosofo, la critica empirista e razionalista alla metafisica ( che la vede come un’illusione oltre l’esperienza umana ) deriva dall’errore di volerla analizzare con l’intelligenza, strumento inadatto a coglierne l’essenza. Tuttavia, Bergson non svaluta la scienza, ritenendola indispensabile per la vita pratica e il progresso tecnico: il suo errore sta solo nel pretendere di estendere il proprio metodo oltre il suo ambito legittimo, cercando di spiegare ogni aspetto della realtà con categorie inadeguate.  



  • L’intelligenza è orientata all’azione e alla divisione della realtà in concetti e parole, strumenti utili ma limitati, perché frammentano e distorcono il flusso continuo del reale;
  • L’intuizione è l’unico mezzo per accedere alla realtà nella sua unità profonda. Bergson la definisce una simpatia che ci permette di coincidere con l’oggetto conosciuto nella sua unicità e inesprimibilità.  


L’intuizione, pero',  è difficile da sviluppare, poiché la mente umana è abituata a operare attraverso l’intelligenza per affrontare i problemi quotidiani. Inoltre, l’uso del linguaggio e dei concetti, necessari per comunicare, finisce per semplificare e alterare l’esperienza intuitiva. Bergson stesso si trova in difficoltà nel trasmettere le sue idee e ricorre a immagini e metafore, caratterizzando il suo stile filosofico con una forte componente artistica, che gli valse il Premio Nobel per la Letteratura.  



Nell’opera Le due fonti della morale e della religione, Bergson applica la sua concezione vitale all’organizzazione sociale, distinguendo due modelli:  


  1. Società chiusa: autoritaria, fondata sulla morale dell’obbligazione, che impone ai suoi membri di identificarsi con il gruppo e seguirne rigidamente le regole. Predomina il conformismo, la paura del cambiamento e il mantenimento dello status quo;  
  2. Società aperta: basata sulla morale assoluta, che promuove la libertà e la creatività individuale, favorendo il progresso sociale attraverso nuove forme di convivenza.  


A queste due forme di morale corrispondono due atteggiamenti religiosi:  


  1. Religione statica: legata a miti e superstizioni, offre consolazione ai timori umani (morte, insuccesso, pericoli);  
  2. Religione dinamica: propria dei mistici, consiste nella partecipazione all’amore creativo della vita, fino all’unione con Dio, che Bergson identifica con lo slancio creatore stesso.  



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